Diritto e Coraggio /2 [ovvero siamo davvero soddisfatti della sentenza della Corte sulle unioni omosessuali?]

Premettere che non si chiedeva alla Corte Costituzionale un giudizio o una regolamentazione delle coppie omosessuali, ma se il loro riconoscimento sia o no contrastante con l’ordinamento costituzionale, mi fa apparire quasi un solitario che grida nel deserto. Ancor più se, lontano dagli ingiustificati festeggiamenti dei cattolici, non riesco a trovare in me l’entusiasmo dirompente di alcuni esponenti del mondo LGBTQI.

Scrive l’associazione radicale “Certi diritti” nel suo commentare e riassumere le ragioni della sentenza

“ 1) riconoscimento che l’unione omosessuale, come stabile convivenza, è una formazione sociale degna di garanzia costituzionale perché espressione del diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia. 2) neppure il concetto di matrimonio è cristallizzato dall’Art. 29 della Costituzione e quindi non è precluso alla legge disciplinare il matrimonio tra gay, anche se restano possibili per il legislatore soluzioni diverse. 3) il legislatore deve intervenire e se non interviene la Corte potrà intervenire per ipotesi particolari, in cui sia necessario costituzionalmente un trattamento omogeneo tra la coppia coniugata e la coppia omosessuale.”

Altri, prima e meglio di me hanno sottolineato, comunque, la portata storica di un tale pronunciamento, che anch’io riconosco, non senza sollevare i soliti dubbi contro-versi. I dubbi maggiori risiedono proprio in quella che appare la vittoria. La Corte, interpretando la Costituzione, indica le unioni stabili tra omosessuali come degne di garanzie costituzionali e le riconosce come formazioni sociali. Non si preclude il mutamento del concetto di matrimonio, ma si lascia spazio a possibili soluzioni diverse.

Ora, sarò il solito polemico, puntiglioso realista più del re o pessimista cronico, ma i DICO, i CUS, i DIDORE contro cui, molti di quelli che oggi plaudono alle motivazioni espresse dalla Corte, ci si era battuti come discriminanti e riduttivi, non sono forse quelle “soluzioni diverse” ? Chi mastica di queste cose sa che, prima o poi, tale ambito dovrà essere regolamentato anche solo per evitare ulteriori sanzioni da parte della Comunità europea. Dunque, mi chiedo, come si spera che l’attuale maggioranza di governo, che plausibilmente dovrà occuparsi della cosa, visto che il 2013 non è poi così vicino, possa realmente presentare proposte per un’equiparazione de facto, pur non chiamandola matrimonio (nella comunità LGBTQI qualcuno ricorderà gli slogan della serie “ non chiamateli matrimoni, chiamateli pure PIPPO, basta che ci diate i diritti”), delle unioni omosessuali con il contratto matrimoniale?

Quel riconoscimento come “ formazione sociale degna di garanzia costituzionale” non apre forse la strada a soluzioni minimali e restrittive rispetto a tutto quello per cui da sempre ci battiamo? Non è forse l’apertura verso provvedimenti di basso profilo che piuttosto che segnare la parità dei diritti, apre la porta a soluzioni, magari di mero carattere amministrativo e non legislativo né tantomeno costituzionale, che mai ci sono piaciuti? L’attuale legislatore sarà davvero propenso a leggere in maniera positiva la sentenza della Corte e non a rigirarla dando seguito a questi miei dubbi (che come ho più volte sottolineato sono di un profano del diritto e di un solitario osservatore della politica)?

E ancora, agli amici radicali e comunisti e buona parte del movimento omosessuale, che tanto criticarono, anche nella sostanza, i DiCo (che comunque non era supportati da un tale “precedente”, che comunque non hanno avuto la forza dei numeri) come una sorta di contentino, perché oggi esultano? Sinceramente e non polemicamente, cosa si aspettano ora dalla politica? Quali diritti e doveri crediamo seriamente potranno essere riconosciuti dalla real politik con cui occorre fare i conti?

Lungi da me sminuire l’importanza della sentenza, ma, come già ribadito, in un momento in cui lo stato di diritto, nel nostro Paese, è palesemente messo a rischio e depotenziato, la Corte avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di una decisione più coraggiosa.

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