Quando mi prendevi per mano [ovvero quell’uomo bambino]

Quando mi prendevi per mano e correvamo perché c’erano sempre tante cose da fare. E la vita era bella perché andava vissuta tutta.

Quando mi prendevi per mano e non avevamo paura di nulla. Quando mi raccontavi storie, mi portavi con te, mi insegnavi a pregare o ad amare chi aveva più difficoltà. Senza farne pubblicità, ma diretta allo scopo.

Quando mi prendevi per mano e non ci si riposava mai. Quando mi hai insegnato a essere protagonista di ogni istante. Ché adesso, a chi non si ricorda o a chi non ti ha conosciuto, sembrano impossibili i miei racconti.

Che adesso, che ancora  vado avanti nei miei esperimenti da uomo e tu sembri assente e rinchiusa in una vita che non è la tua e in un corpo che non ti risponde più, mi sembra di sentire quel “Chi si ferma è perduto”.

Ho sempre pensato che avere la possibilità di restituire in parte quello che si è ricevuto sia la fortuna più grande per un uomo. Io l’ho avuta in questi ultimi anni.  E ora che si deve decidere su chi si prenderà cura di te nell’ultimo pezzo di questa vita è difficile resistere.

Mi avresti mandato via, mi avresti detto di non fermarmi, mi avresti detto di fare fare fare. E tu in qualche modo te la saresti cavata.

Adesso restano solo le carezze, che forse a stento riconosci. E un uomo bambino  che forse vorrebbe ancora, ogni tanto, essere preso per mano. Per sentire quell’amore gratuito e incondizionato. E la forza di un esempio che vale più di mille parole.

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