Veline e velate [ovvero quanto vale un punto di vista]

Nella splendida cornice di Massenzio, Letterature, festival internazionale.

Così, improvvisamente, nell’umida serata romana, il racconto di due donne: una velina e una velata. In entrambi casi un punto di vista che muta. Un femminismo e, soprattutto, una femminilità diversa, raccontata diversamente. Veli che coprono il corpo, minimamente nel caso dell’una, completamente nel caso dell’altra, squartati come quelli quello dell’ipocrisia e del rispetto.

Velina: ‘ Una volta il corpo della donna non poteva essere mostrato, era peccaminoso. Ora, poter essere seminude è anch’essa una conquista. Vedete, non sono solo corpo, sono anche intelligente’.

Velata: ‘ Non voglio essere come quelle donne in carriera sempre insoddisfatte. Io sono moglie e madre, dentro casa mia, appagata da questo percorso spirituale del tutto personale che mi ha spinto a indossare il mio sacro velo integrale’.

E il velo si squarcia. Da quelle interviste le conquiste ritenute tali da anni di lotte e rivendicazioni nel mondo occidentale, in quello che chi esplicitamente, chi implicitamente, definisce come superiore, si sfaldano. L’ideologismo trova la sua fine nelle parole semplici e disarmanti della scelta personale, di una diversa visione del mondo e della propria persona, nel ribaltamento assolutamente soggettivo del giudizio sulla propria condizione.

E noi, uomini emancipati e figli delle figlie del femminismo, lesbiche oltranziste e omosessuali uomini solidali, veniamo spiazzati, così come spiazzate rimangono tutte le convinzioni su cui siamo cresciuti, sulle quali abbiamo fondato il nostro ideale di libertà, fino al nostro giudizio di giusto e sbagliato.

Le stesse persone che hanno lottato per quelle emancipazione, ora, sono commosse da quelle parole, da quel ribaltamento. Schizofrenia post-ideologica? Accettare queste testimonianze significa rinnegare ciò per cui si è lottato? Significa rinnegare il percorso di autodeterminazione femminile, significa dar peso a chi delinea, sempre più insistentemente, i peccati del femminismo praticato, ancor prima che predicato?

Certo, un dubbio rimane : le storie lette, frutto della elegante e intensa mano di Anais Gionori, si sarebbero potute realizzare lontane da quella democrazia da esportare che permette loro di esprimersi, che permette loro di far sì che una scelta che altrove è di repressione divenga di libertà, che fa sì che una donna possa scegliere sconvolgenti, rispetto al passato, forme di autodeterminazione del proprio corpo?

E soprattutto, le critiche alle pratiche di un femminismo di vecchia data, portano a questo nuovo racconto della realtà?

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