La comunità LGBTQI romana [ovvero che senso ha se GABI muore?]

Rivoluzione, laicità, dignità, parità, libertà (non credo di aver dimenticato nulla)che senso hanno se poi una comunità non riesce a stringersi unità intorno a una causa concreta, reale e raggiungibile?

Perché il matrimonio, le questioni legate al mondo transessuale, la lotta seria e culturale contro l’omofobia sono temi che tutti vediamo come obiettivi alti e che non dipendono interamente da noi, a noi sta il compito di sollecitare la società e la politica.
Ci sono però battaglie che possiamo vincere, perché hanno un obiettivo più ‘pratico’, tangibile, raggiungibile e, paradossalmente nella loro raggiungibilità e tangibilità, hanno in sé il senso più alto di una comunità, può realmente ricostruire o salvarne la coesione, sottolineare la forza, determinare il suo peso.

Molti ormai conoscono la storia della libreria GABI, delle GABI, del loro sogno di costruire, per la città, per la comunità, per le singole persone, un luogo di ritrovo, di aggregazione, di riferimento (e, giustamente, anche di commercio) attraverso il loro impegno quotidiano.

Un sogno che come molti di noi sanno, rischia di scomparire. Nella quasi indifferenza. Soprattutto nel quasi ‘non-impegno’ di una comunità che pensa solo a dividersi e rinchiudersi in piccoli spazi, lasciando sulla strada vittime come la libreria GABI che segue un ideale più grande, nonostante e oltre le divisioni delle diverse associazioni, nonostante l’indifferenza del popolo LGBTQI, nonostante le dure regole del mercato e l’immobilità delle istituzioni.

Le GABI hanno lasciato la loro vita dorata, un buon lavoro, una evidente agiatezza, una bella casa al centro di una grande e importante città. Lo hanno fatto per inseguire un sogno (incoscienti!). Lo hanno fatto anche con una speranza, creare qualcosa per gli altri, ma, soprattutto, con gli altri.
Hanno aperto le loro porte alla realtà romana e, troppo spesso, l’hanno trovata sorda, insensibile alle iniziative,ma, soprattutto e più grave, non curante delle proposte di costruire qualcosa che fosse stato realmente un servizio culturale. Perché? Forse perché troppo prese a coltivare singole e personali iniziative, forse perché, concentrate solo sul proprio lavoro, non hanno pensato che più iniziative e luoghi di questo genere ci sono nella nostra città, più non è solo un’associazione o sigla a goderne, ma tutta la cittadinanza (gay, lesbiche, bisessuali, trans gender, quuer e intersessuali, compres*)più ne uscirebbe rafforzata la nostra comunità, la nostra coesione, la nostra credibilità.

Questo è quello che c’è stato fino a oggi. Troppa diffidenza, poco impegno, nessun risultato.

Nelle settimane scorse alcuni hanno ridetto che il Pride non è più la maniera corretta per manifestare noi stessi e le nostre istanze, altri hanno detto che è nato un nuovo Pride, altri che andava bene quello vecchio, altri ancora (e io sono tra questi) hanno detto che il Pride va bene, ma deve essere uno dei mezzi di autodetrminazione. E soprattutto deve essere un mezzo, non il fine su cui la comunità si divide.

E questa volta, per tendere a un fine maggiore e concreto, c’è un mezzo a cui tutti dobbiamo dare il nostro contributo. Ogni associazione presentando iniziative e progetti (che sborsino soldi! Facciamoci vedere quanto siamo rappresentativi coinvolgendo gli associati e impegnandoli, in più modi e secondo i mezzi di ognuno, economicamente! Perché questo è un altro ‘nocciolo’ della questione!), coinvolgendo tutto il popolo LGBTQI, coinvolgendo le singole persone. Facendo rivivere quel luogo, comprando libri, invitando a partecipare a iniziative, diffondendo i numeri del conto corrente, ma soprattutto, diffondendo l’idea che questa è una battaglia che si può vincere, tutti insieme, che non porta gloria a nessun singolo, ma a tutti noi. Che non consacra nessuna supremazia, se non la forza di tutta una comunità, di tutto un popolo.

Vorrei vivere uno di quei film americani, dove la scuola, la chiesa, il centro per ragazzi, il locale, che rischia la chiusura, provoca un moto nella comunità dei suoi avventori e non, che li porta a ribaltare la situazione attraverso un impegno concreto di ciascuno, raggiungendo l’obiettivo e facendo sentire la forza di quel gruppo.Noi ci siamo cresciuti con quei film, tutti li abbiamo visti e li conosciamo, a tutti ci hanno affascinato, e allora, cavolo, diventiamone protagonisti e salviamo qualcosa per noi stessi!

Ecco cosa c’è dietro il salvataggio della libreria GABI, ecco cosa significa far sopravvivere il sogno delle GABI, ecco come si dà credibilità alla nostra comunità, come si fa sentire al nostro interno e al di fuori la nostra forza, ecco cosa farebbe uscire dall’empasse che vivono le associazioni di Roma: lottare unite per un fine concreto, il cui raggiungimento gioverebbe a tutti, senza mettere cappelli o rivendicare paternità, ma unendo le forze verso qualcosa di ‘altro’.

Che senso hanno le nostre divisioni, le nostre rivendicazioni, le nostre lotte, le nostre piattaforme politiche se non facciamo vedere che esistiamo e che siamo capaci di essere massa agente?

Che senso ha la nostra comunità se GABI muore?

“Salviamo la Libreria Gabi”. Per contribuire puoi anche versare per GABI INTERNATIONAL SRL sul conto IBAN IT95J0326803208052878381790 o sulla Postepay
4023600585474333

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