4 chiacchiere trans noi [ovvero dove vanno a spogliarsi le persone transgender?]

Forse è una banalità, forse solo una curiosità. Ma, forse, proprio con una banalità come questa si riesce a capire un mondo, a coglierne un pezzo, a conoscerlo per provare a interpretarlo, per provare ad accoglierlo, per imparare a rispettarlo.

Così, spontaneamente, in una sera, chiacchierando con un gruppo di giovani piddini, alcuni membri del PD Rainbow e Francesca, una psicologa transessuale dell’associazione Libellula, che si occupa di assistenza e tutela delle persone transessuali sul territorio romano e italiano, sono proprio le domande più legate al quotidiano a svelare maggiormente la sensibilità, le difficoltà, i desideri di serenità di una persona transessuale.

E così, dopo il racconto di Francesca, discreto e pacato, ma così ricco di sensazioni e percorsi di vita è tornato fuori il dilemma, quello che forse ha in sè molto più della semplice domanda, quello che nasconde la nostra elasticità e naturale propensione, non al pregiudizio, ma all’organizzazione della realtà secondo schemi ‘maggioritari’ nella società.

Un gesto consueto, come quello dell’iscrizione in palestra, diviene per una persona transessuale, l’ennesima prova. Proprio nel periodo di transito, proprio in quel momento in cui la tua sensibilità, la tua intimità è fortemente legata a quello che, finalmente, diverrai, ma il tuo corpo (e i tuoi documenti) ancora restano legati a una forma che non vuoi più.

Se per la maggioranza delle persone parlare col gestore di una palestra significa tirare sul prezzo, chiedere consigli sulla scheda di allenamento, avere il contatto di qualche personal trainer, per una persona transessuale significa chiedere di avvertire gli altri clienti che si troveranno una donna con il corpo di un uomo o un uomo, ancora, con il corpo di donna nei loro spogliatoi. Preparare il terreno e chiedere la loro disponibilità.

E noi come reagiremmo? Ovviamente, in palestra, non ci sarebbe, forse, l’assurdo sensazionalismo che ebbe qualche anno fa l’episodio tra la deputata Gardini e la deputata Luxuria (tra l’altro lì si trattava di un bagno, dove notoriamente, di fronte ad altri, si è  vestiti…).

Rifiutare? Indicare uno spogliatoio alternativo? Forzare e testare la propria capacità di tolleranza?

Fortunatamente i ragazzi presenti si sono dimostrati molto più aperti e comprensivi, senza eccessi di buonismo, ma con una capacità di comprensione e di approccio alla ‘questione’ che ha spinto molti a dichiarare che non avrebbero avuto problemi.

Della serata di racconti, domande, opinioni resta certamente molto, qualcosa che va aldilà delle singole risposte e che è quello che, credo, sia l’unico modo per incidere: conoscere, sempre più intimamente e semplicemente, proprio come in una chiacchiera tra amici, le storie, le sensibilità, la quotidianità banale e difficile delle persone transessuali è l’unico modo per poter vincere quel muro di indifferenza, paura e fastidio che spesso fa ricadere in clichè perbenisti e discriminanti.

E’ questo che è successo ieri tra una giovane transessuale e un gruppo di ragazzi (casualmente del PD?): ci si è conosciuti, ci si è confrontati, ci si è aperti verso la comprensione reciproca (uno dei momenti più apprezzati è stato quando Francesca, la ragazza transessuale, ha detto che ovviamente, l’educazione della società, è un lavoro lungo, di ricerca reciproca anche di compromessi, senza rotture o estremismi).

Annunci