Te lo senti addosso [ ovvero per Vittorio e tutti gli altri…]

Forse perchè stai programmando i tuoi giorni di permanenza in Libano, nei campi palestinesi. Forse perchè credi che sia una zona tranquilla e che il fatto di portare un progetto di formazione e aiuto per quella popolazione ti possa proteggere, ma non ci credi fino in fondo. Forse perchè hai già percepito di come tante cose siano mediaticamente e ciclicamente dimenticate. Forse perchè ti approcci a un concetto totlamente diverso di ‘sicurezza’. Forse perchè non lo conoscevi personalmente, ma senti addosso quel filo che unisce lui, a te, alle tantissime persone che operano in quelle come in tantissime altre terre. Azioni diverse, intenzioni incredibilmente simili: rimanere uomini.

Ti senti addosso quel filo che ti unisce a quegli operatori di pace, li chiamano, che stanno sempre in mezzo alle guerre. Ne capiscono le ragioni e non ne comprendono i sensi. Conoscono gli equilibri e azzardano sempre oltre.
Quelli che vanno oltre l’aspetto politico e osano oltre i tabù religiosi. Quelli che non guardano alla storia di chi aiutano, ma al futuro che vogliono contribuire a costruire. Quelli che hanno le spalle coperte quando succede qualche dramma e poi continuano a rimanere lì quando l’attenzione mediatica, politica e umanitaria si sposta verso nuove tragedie. Ché c’è sempre un posto dove stanno messi peggio.

Vittorio è morto di solitudine. Vittorio è morto della sua utopia che parlava ai pescatori senza chiedere loro il passaporto.
E te lo senti addosso quel senso di impotenza e angoscia. Mentre immagini, pensi, progetti qualcosa che presto andrai a portare a quelle persone senza chiedere del loro passato, ma sperando di costruire un pezzo del loro e del nostro futuro.

E quando sei titubante, partire o non partire, e le giornate di oggi ti farebbero dire ‘meglio di no’, pensando a ciò che potresti lasciare. Sono giornate come quelle di oggi, è per Vittorio e per tutti gli altri che ti viene voglia di farlo.

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