Il vento che logora le armi [ovvero PD Lazio & Zingaretti]

C’è chi dice, in maniera opportunistica, che il PD dovrebbe preoccuparsi maggiormente delle continue emorragie di esponenti, soprattutto di parte cattolica, del partito.

Comunque, al saldo dei cattolici emigrati o rimasti, il problema del Partito democratico, questo si che lo fa assomigliare più a uno spaghetti soviet piuttosto che un partito ampio come quello dei Democrats americani, è quello dell’apertura, della ricerca della sfida, della connessione con una società profondamente cambiata.

Aveva ragionela Bindidicendo, qualche giorno fa, che è riduttivo e semplicistico portare  tutto alla teoria del partito solido versus quello liquido.

Da una parte un partito che non si accorgesse che il novecento è finito da vent’anni e che quella berlusconiana è stata sì un’anomalia, ma anche l’unica risposta che la classe dirigente, arroccata nei fortini, ha saputo dare e non gestire, collasserebbe e deriverebbe verso un personalismo e un dirigismo pericoloso.

Dall’altra le ipotesi veltroniane sulla liquidità del PD sono state ampiamente superate dai fatti e, per esempio, dai risultati raggiunti per gli ultimi referendum, grazie alla mobilitazione e organizzazione tradizionale della base.

E dunque, dopo la convulsa (più mediaticamente che concretamente) Direzione Nazionale di ieri, la risposta, ancora una volta è stata quella di ripararsi dal vento che soffia (ampiamente rivendicato e pubblicizzato) chiudendo bene le finestre e facendo quadrato. [ qui già ne avevo parlato]

P.G. il segretario del partito muscolare ha detto che siamo pronti al voto, Uolter il segretario delle primarie e della partecipazione ha detto che dobbiamo trovare l’accordo sul governo d’emergenza.

A parte la simpatica pantomima, la cosa  su cui sembrano tutti andar d’accordo è proprio quella più corposa e sostanziale, aldilà delle sfilettate a uso giornalistico.

In pratica, si è detto, che laddove il partito è commissariato, piuttosto che procedere a primarie e alla rielezione degli organi interni, si dovrà procedere alla risoluzione dei commissariamenti stessi tramite accordi interni. E sembra che anche i novelli crociati per le ‘primarie sempre’ (in uno strano gioco del destino e delle alleanze ci stanno tutti gli ‘ONI’ del PD: Veltroni, Fioroni, Gentiloni…) non abbiano fatto poi tanto baccano su questo punto.

Una decisione come un’altra. Una decisione che però soffre di un pesante salto logico: se un partito arriva a essere commissariato vuol dire che quel livello rappresentativo ha fallito: come chiedere a quegli stessi organi commissariati di risolvere il problema?

Venendo a un esempio pratico, quello del PD Lazio, come si può chiedere a un’assemblea commissariata da più di un anno di tornare a esprimersi e scegliere un nuovo segretario? Secondo quale criterio di legittimità?

Per non parlare di una ricaduta pratica relativamente secondaria: nel partito del Lazio, forse più che in quello di ogni altra regione, una parte dei delegati eletti in assemblea non fa più parte del PD, migrata verso l’Api o l’Udc, senza che questi siano stati rimossi o sostituiti.

Inoltre, come si può temere una modifica dello statuto quando Renzi paventa la sua candidatura alle primarie per la premiership (l’attuale statuto PD prevede che in primarie di coalizione il candidato del partito sia il segretario) e poi con la stessa premura proporre che invece può essere modificato nella parte che riguarda l’elezione dei segretari regionali (attualmente l’elezione avviene tramite primarie aperte agli iscritti)? Dipende dalle circostanze, si dirà. E perché non considerare le circostanze del primo caso?

Il funzionamento interno di una organizzazione politica così rilevante come il PD non è solo oggetto di lotta tra i militanti né argomento buono solo per gli addetti lavori, infatti con qualsiasi legge elettorale avuta a oggi, le candidature nelle liste per Camera e Senato vengono proprio ‘discusse’ nell’assemblea regionale e il segretario di una federazione regionale ne è certamente protagonista.

Passando dalle circostanze alla fantapolitica si potrebbe pensare che non si sia ancora deciso contro quale bersaglio puntare l’arma Zingaretti: a Roma tutti lo aspettano per risollevare la capitale; più d’uno lo ha già investito come candidato contro un possibile Renzi.

In entrambi i casi, dunque, meglio tenere a posto le possibili opposizioni e non rischiare sorprese.

Il pericolo però è che la popolarità e l’efficacia di Zingaretti, costruita in anni di buona e nuova politica e di buon governo (in Europa e in Provincia) rischi di dileguarsi o quantomeno uscire fortemente indebolita dalle solite dinamiche interne.

Proprio le stesse che quel vento che cambia sembrava dovesse spazzare via.

Il rischio maggiore è che proprio questo logorio e mancanza di coraggio spuntino le nostre armi migliori e ci facciano arrivare alla battaglia sfiancati. Che questo proporre e disporre secondo logiche lontane da chi guarda, ancora, alla politica come metodologia per risollevare questo Paese, conforti solo il partito dei disamorati, degli astensionisti.

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