La legalità non è uno slogan [ovvero spezzare lo stile ‘Barletta’]

È mai giustificabile porsi nell’illegalità anche di fronte a una legge ritenuta ingiusta e controproducente? Qual è il limite della sopravvivenza e dove crisi ed emergenza coprono un crimine?

La tragedia di Barletta, che ha colpito un’Italia distratta tra le beghe di palazzo e il processo Meredith, è una drammatica e incivile ingiustizia resa ancor più drammatica perché sottolinea non solo l’enorme arretratezza del sud (ma non so quanto la provincia del profondo nord, poi, non nasconda storie simili), ma anche come la crisi grave che ha colpito il mondo occidentale possa far travalicare quel sottile limite che divide la sopravvivenza dalla prepotenza e dal ricatto.

A margine, ma non troppo, di questa tragedia annunciata è stata unanime e inequivocabile la condanna delle condizioni di lavoro cui versavano quelle lavoratrici. Inequivocabile tranne per uno, che non è un ‘uno’ da poco. Il Sindaco di Barletta, a capo di una giunta di centrosinistra, ha dichiarato «Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone».

Può dunque la crisi e l’inadeguatezza di uno stato, che non riesce a legiferare e operare in maniera costruttiva e compiuta per combatterla, giustificare anche solo lontanamente una pratica non solo illegale di per sé, ma che nel suo perpetuarsi comporta un circolo vizioso per cui alimenta da una parte  l’evasione fiscale e quindi le minori entrate dello stato e dall’altra il ricatto del ‘questo o niente’ che serpeggia soprattutto tra i lavoratori di piccole e medie imprese?

Può essere considerata relativa, se non addirittura radical chic, l’indignazione per una frase come questa, pronunciata da una istituzione, di fronte alla drammaticità della realtà che propone solo disoccupazione e isolamento?

La legalità non può essere uno slogan, non può essere un tema di campagna elettorale, non può essere un’illusione sospirata. La legalità va promossa e applicata subito, a tutti i livelli.

Gli strumenti del controllo e della repressione devono essere messi in campo in tutta la loro disponibilità. Sorvolare su realtà di disagio per paura di crearne altro, rimanere immobili di fronte a equilibri malati per paura di provocare storture della realtà ancora peggiori è un alibi vile che potrà, come ha già ampiamente fatto, solo danneggiare non solo le lavoratrici e i lavoratori, ma tutta la realtà produttiva, al sud come al nord.

Riformare uno stato significa anche sradicarne le ingiustizie, affrontare a muso duro, con la consapevolezza di operare in lealtà e coerenza, i potentati, piccoli e grandi, per restituire un tessuto di crescita sano. Permettere che altre situazioni come quelle della sartoria di Barletta continuino a esistere avallando un quieto vivere non solo non renderà giustizia a chi è rimasto sotto quelle macerie, ma non permetterà alla parte sana di emergere. Non permetterà a nuove imprese, magari più avanzate e con maggiori prospettive di crescita, di nascere, schiacciate da un mercato, anche del lavoro, distorto dalla mancanza, o dal mancato rispetto, di regole fondamentali.

No, la legalità non può essere uno slogan. Perché non lo sia, però, oltre a un grande sforzo culturale, deve imporre il coraggio e la durezza della pena, compensato dalla ideazione e diffusione di tutti gli strumenti possibili perché sia conveniente oltre che responsabile accedervi.

Un’idea di contrasto all’evasione fiscale non può prescindere da nessuno dei tre elementi: cultura, controllo, incentivo.

Possibile che nel paese dei sindacati novecenteschi si combatta ancora per l’utopia del posto fisso e ci sia una così alta diffusione di violazioni della norme sulla sicurezza sul lavoro? Possibile che nel Paese dei condoni edilizi e fiscali, non si sia pensato a un grande condono fiscale anche per le imprese, strettamente legato al lavoro, che leghi la possibilità di accedervi all’obbligo di accertamenti nei dieci anni successivi? Possibile che nel Paese degli aiuti a pioggia non ci sia modo di agevolare la regolarità fiscale e contributiva per le imprese in difficoltà? Possibile che nessuno abbia la forza di controllare ed eventualmente redistribuire fabbriche, magazzini, attività varie, nate a seguito del grande foraggiamento che negli anni 80 e 90 ha investito il sud e che oggi ha lasciato dietro se troppe cattedrali nel deserto?

La legalità non è uno slogan, oggi vuol dire coraggio. E le istituzioni non dovrebbero mai cadere in dichiarazioni così pericolose: il risultato potrebbe essere una istintiva simpatia della popolazione locale, ma certamente un incancrenimento di pratiche e modalità regressive per tutta quella comunità.

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