Tripoli [ovvero la doppia realtà]

 

Ecco cosa impressiona delle città del Libano, oggi, quasi al terzo giorno. Tutto vive una doppia realtà, agli estremi di un continum senza mai percorrerlo. E tutto ciò avviene contemporaneamente: nessuno è bloccato in uno solo dei due poli.

In un suck a cielo aperto tutto è organizzato con la mentalità della precarietà, tutto è
sfruttato al minimo e al massimo della potenzialità. Quartieri, case, macchine,
strade, negozi, istituzioni, tutto moderno e antico, antichissimo.

In questo suck a cielo aperto ritrovo la mentalità dei miei nonni e bisnonni siciliani, a
inizio secolo e poi dopo la seconda guerra, quando tentavano di organizzare con la loro cultura e i loro schemi, una modernità che si catapultava, che si faceva vedere e desiderare, ma che ancora stentava a invadere e ad essere per tutti. Qui, in Libano, oggi, quella mentalità ospitale, ma anche essenziale e , a suo modo, di lassaiz fare, cerca di gestire non più solo la modernità, quella che può migliorare la vita, ma la globalizzazione: è arrivata prepotente, veloce, tutta insieme e sulle strade ancora mezze sventrate appaiono grandi cartelloni, grandi insegne, troppi neon.

Così nel traffico senza alcuna regola, se non il pagamento dei parchimetri, si alternano e sembrano scontrarsi (senza farlo quasi mai) Suv e automobili moderne, alcune anche lussuose, con macchine maltrattate, uscite tra la metà degli anni ottanta
e novanta.

Lasciando la capitale fortemente occidentalizzata si apre praticamente una sola e unica strada sempre intasatissima che la collega all’altra grande città. Ancora un doppio, Beirut e Tripoli. Palazzi, tanti palazzi, che la nostra idea di abusivismo edilizio impallidisce. Tantissime nuove costruzioni accanto a palazzi bassi, vecchissimi, quasi diroccati, ma abitati. E numerosissimi scheletri, che sporgono tra i tralicci, inspiegabi,mente bassi, che ricamano un groviglio di fili poco sopra le teste. Grandi costruzioni iniziate e non terminate, centinaia di case immaginate e poi lasciate andare. Nessuno,nemmeno del luogo sa bene perché, forse ancora la spiegazione di questa mentalità: si inizia a costruire e dove si arriva si arriva, a volte si continua altre no. E già si pensa al prossimo edificio.

E poi il suck, il mercato di Tripoli, un groviglio di vie con palazzi al cui piano terra
ci sono piccoli negozietti e piccoli banchi e, nella maggior parte dei casi, nei piani superiori(uno o due) case diroccate, abbandonate o ancora abitate. Anche qui una doppia realtà, un suck organizzato all’araba, caotico, pregno, invasivo, con bottegucce e ambulanti che vendono piatti tipici (buonissimi) alcuni da consumare per strada, come il succo di un frutto che rinfresca, servito in un bicchiere di vetro, da bere davanti all’ambulante, quasi alla goccia, o in piccoli spazi ricavati nei palazzi. Doppia realtà perché nel suck arabo i vestiti sono esattamente quelli che potremmo trovare tra Via Sannio e Piazza Vittorio, pochissimi quelli che da turista definirei ‘tipici’ con veli e tuniche. Tantissimi, abbandonati accanto alle botteghe, gli scatoloni dove campeggia la scritta che sempre più scopro sia più globale e famigliare dell’insegna del Mc Donald’s(a proposito, qui, Mc Donald’s ha insegne in arabo e insegne in inglese): Made in China.

A Tripoli ti capita di camminare per ore sul lungo mare, splendido, se alzi un po’ lo
sguardo, senza alcun criterio né servizio o organizzazione (se non, anche qui,
qualche improvvisato ambulante di dolciumi e frutta secca varia) se lo guardi da vicino. E vedi ragazzi e famiglie che passano la loro domenica pomeriggio interpretando la loro idea di ‘struscio’, che poi forse non è così distante dalla nostra e come succede in viaggio, sei tu l’alterità e cammini con una donna che non porta il velo e guardi, invece, le loro donne, cercando di capire i loro veli, che non sembrano affatto simboli di costrizione, ora, ma elementi di femminilità così variopinti e diversi l’uno dall’altro.

E mentre compri birra in un negozietto musulmano nessuno si scandalizza, salvo poi non servirla nei locali. L’alcol c’è e si vede, ma forse non si dice.

Ieri festa in una villa in costruzione, appunto, a ridosso del bagnasciuga, appunto,  tra i resti del cantiere c’erano ragazzi di tutte le nazionalità, molti cooperanti italiani ed europei, anche un ragazzo afgano. Un gruppo suona motivi elettronici, scorre alcool e poi dopo qualche brano da discoteca, ti ricordi che sei in Libano solo perché il Dj suona canzoni arabe su basi che potresti sentire in qualche locale di Roma, Berlino o
Parigi. Ele balli qui come le balleresti lì se arrivassero.

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