Polvere e vento [ ovvero strade, case, persone]

Polvere e vento, altre due cifre del codice Libano. La polvere e il vento sono il tempo che passa, sono la terra che si perde, sono l’incuria nel rimuoverla, sono una sorta di abbandono, un inesorabile e lento invecchiare, spesso precocemente, sono i colori di questo lento finir dell’estate in questa parte di mondo.

Qui, a Tripoli, la polvere e il vento sono tutto questo. Mentre leghi la torretta per captare il segnale internet allo stendino per non farla volare via.  E il vento e la polvere si attaccano alle cose, alle strade, alle case, alle persone. Non sembrano inaridire, ma certo logorano velocemente.

Le automobili, anche le più nuove, le strade, anche quelle che a stento riescono a mantenere una parvenza di viabilità, figuriamoci in quelle, moltisisme, dissestate. Polvere e vento sono sulle case, sui palazzi che sorgono ovunque, senza nessun criterio, senza soluzione di continuità. Arrivano sui palazzi nuovi, nati a ridosso di vecchi edifici, abbandonati, diroccati, ma non demoliti, quasi solo per generare altra polvere e dar casa al vento. Vento e polvere passano attraverso gli innumerevoli scheletri di palazzi che puntellano il panorama: costruzioni iniziate e non finite. Chissà, forse un giorno, se Dio vorrà.

E il vento e la polvere si depositano anche sui volti delle persone, indovinate un po’? Doppi: sembra esserci un salto temporale, da una aprte i volti dei giovani che camminano fieri e curiosi per le strade, nei loro jeans e le loro magliette ‘occidentali’, dall’altra gli anziani, sempre sorridenti e acocglienti, con i loro volti rugosi e rassicuranti.

Vento e polvere, volatilità e precarietà. Come questa città, che sembra essere vissuta ogni giorno come fosse l’ultimo: non per pessimismo, ma per una fede in Dio o nel destino che fa vivere in maniera disordinata, penseremmo noi, ma senza affani, risponderebbero loro.

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