Shisha e rivoluzione [ ovvero una nuova generazione]

Il nostro amico, come dice Francesca, è più del nostro driver (anche perché in realtà il nostro driver non sarebbe lui, ma un personaggio poco interessante e molto meno sveglio). Il nostro amico è la nostra guida nella cultura palestinese. Lui è, e si sente, un ponte tra i vecchi palestinesi e la
nuova generazione con cui da anni lavora nei kinder garden e nelle scuole dei campi. E fortunatamente in un impeccabile inglese non si sottrae al nostro bisogno di conoscere e capire meglio e, molto intelligentemente, nemmeno prova a essere neutrale!

Così dopo un giro al Suck, dove assaggiamo i primi piatti libanesi, saporiti, piccanti e buonissimi! passiamo il resto del pomeriggio afumare ‘shisha’ (niente di particolare nonostante il nome, è un narghilè al sapore di mela e menta) e parlare della situazione dei campi, di Palestina, dei bombardamenti, della nuova rivoluzione.

Il nostro amico racconta con calma, capisce che è quasi una missione, in breve ha chiara la situazione di me e Francesca che nonostante gli studi e i contatti diretti con molte di queste persone, rimaniamo ancorati a una visione bipolare del conflitto, comunque internazionale, fortemente e maggiormente legata alle notizie delle diplomazie piuttosto che alle bombe scaricate sul
posto. Penso sia il rammarico e il compito di ogni sopravvissuto, a qualsiasi guerra e bombardamento: raccontare cos’era la vita prima, durante e dopo che quelle bombe la stravolgessero.

Ci racconta dei giorni del combattimento, delle bombe sul campo dove viveva, ma è la storia comune di molti altri campi tra la fine degli anni novanta e i duemila. Capisco di essere ancora, molto, troppo ingenuo, troppo legato a quello che ho studiato e alla mia visione occidentale del mondo, ai dibattiti che ho sentito alle manifestazioni a cui ho partecipato quando dice : ‘Eravamo nel campo, nessun minimo segnale di tensione o pericolo i giorni precedenti. Ci hanno chiuso dentro, lasciata aperta una sola via per scappare. Hanno iniziato a bombardare. A noi è stato chiaro da subito il segnale : distruggete totalmente il campo!’. [ In un altro campo non si è lasciata nemmeno la via di fuga, chiusi nella trappola per topi.] Il nostro amico lo dice fermo, calmo e fiero e io rispondo, appunto, con una reazione ingenua nello strabuzzare gli occhi. Non sei a casa a vedere un’intervista, un servizio alla televisione, quel ragazzo, tuo coetaneo, ha visto la sua gente scappare, senza soluzioni alternative. Quella che non è scappata è stata uccisa dalle bombe o dalle macerie della propria casa, oppure, come lui, si è visto arrestare perché accusato sommariamente di essere resistente, perché si credeva connivente ai terroristi che quell’attacco doveva stanare.

Continuiamo a parlare, lui ci racconta la sua visione, io rispondo dicendogli ciò che invece passa in Italia, ciò che filtra alla grossa parte di opinione pubblica, anche quella che cerca di informarsi maggiormente.
Non è tutto così semplice, non si riduce tutto a dicotomie planetarie, non si raccoglie tutto in amici dei palestinesi o amici di Israele. Ci racconta di come il lavoro delle diplomazie dei grandi stati, anche arabi, a volte possa fare sul campo cose diametralmente opposte a quelle promesse e dichiarate nei summit o di fronte alla stampa.

È un rivoluzionario il nostro amico. Un non violento nei modi, un astuto, ma anche uno che è pronto alla nuova rivoluzione per la Palestina. Lo si capisce da quel sorriso che cela ferite, da quell’amarezza nel racconto, da quelle mani che vorrebbero fare qualcosa per la propria gente.

È un rivoluzionario il nostro amico e come tutti i rivoluzionari di qualunque latitudine se la prende col sistema e col popolo dormiente e ammaestrato. Ci racconta come sia una strategia delle diplomazie quella di abbassare sempre più il livello di diritti e servizi alla popolazione [ qui il concetto e la convergenza diritti/servizi è molto forte: essere palestinese significa aver negati dei diritti e in maniera diretta e collegata dei servizi, spesso anche di base, che a noi sembrerebbero acquisiti naturalmente]: ‘ Tutta una strategia – ci dice -. Se sei abituato con il tempo  ad avere sempre meno, le tue battaglie saranno per difendere quel poco, non per avere di più’’

È un rivoluzionario il nostro amico, di quelli vecchia maniera, il suo discorso porta subito al vero obiettivo che, per lui, dovrà essere quello di una nuova rivoluzione palestinese: non lottare per
riconquistare quel poco che ogni giorno ti levano o negano: la rivoluzione è radicale, anche se mai, mai, mai fa riferimento a scontri, armi, guerre. Il nostro amico vuole una terra, vuole tornare in Palestina e lì vivere da cittadino a pieno titolo, diritti e doveri compresi. E il problema è la nuova generazione che perde sempre più il contatto diretto con la storia del popolo palestinese, con l’abbandono della terra, con la storia dei campi prima e dopo.

E mi sembra di ascoltare certi duri e puri nostrani, sindacalisti e pseudo spaghetti rivoluzionari che in Italia lottano per quelli che col tempo si sono trasformati in ‘privilegi’ del secolo scorso, inattuabili con l’evoluzione del sistema e dei tempi, nonché delle risorse a disposizione di una popolazione più numerosa e più ricca.

Ma il nostro amico, con le sue spiegazioni e la sua calma riesce a far vacillare certe convinzioni da ‘riformista europeo’ che credevo profondamente radicate in me: da noi si parla di lavoro, di economia, lui parla di terra, identità, radici, diritti essenziali. E se fossimo in Italia forse mi scontrerei con lui, come mi scontro con certe ali estreme che mi sembrano più reazionarie che rivoluzionarie, contro chi vuole il ritorno a un mercato del lavoro insostenibile e mi bolla come ‘vittima del capitalismo’ quando dico di credere nella flex security, per intenderci.

Mi viene da pensare: ma la nuova generazione cosa vuole? Per persone come il mio amico il ritorno alla Palestina è l’unica soluzione, forse però la soluzione non è riconsegnare a loro, nati, cresciuti e vissuti qui, la loro piena cittadinanza in Libano, piuttosto che proporre scenari e programmi probabilmente inattuabili?  E come faccio in Italia mi domando se ‘la nuova generazione’ quando chiede cose nuove o diverse sia davvero ‘ammaestrata’ dal sistema più forte e tradisca il passato o vive semplicemente un altro tempo, di cui dovrebbe certamente essere più consapevole, proponendo nuove soluzioni a diverse esigenze e desideri? In Italia non avrei dubbi sulla risposta.

Ma qui è tutto più complesso, qui non è tutta una dicotomia, qua ci sono sfumature troppo intime per chi le vive e non di facile comprensione profonda per chi le osserva da poter prendere una posizione chiara. Tra l’altro non ci è richiesto, non è richiesto ai cooperanti internazionali. Ma il cervello non si può spegnere a comando.

E mentre la nostra sisha sta per esaurirsi ripenso al corso che terrò con i ragazzi del campo, quella nuova generazione di cui parla il nostro amico. Il nostro contributo non sarà rivoluzionario, non parlerà della loro storia, ma cercherà solo di permettere di immaginare. Come potrebbe essere se fosse
possibile.

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