Solo le elezioni possono parlare di futuro [ovvero archiviare B. e pensare all’Italia]

Dalle dimissioni farsa di Berlusconi (che sembra poco o nulla piacciano ai mercati) si aprono diversi e tanti scenari che sembra molto difficile, oggi, riuscire a capire quale sia il più plausibile e quindi quello che prevarrà data la assurda verosimiglianza di tutti.

Tra questi, quello del voto anticipato: prospettato da molti, caldeggiato da pochi.

In realtà, alla prospettiva delle urne non è più solo legata la fine del berlusconismo o la sopravvivenza dell’Italia alla crisi internazionale. In gioco, ora più che mai, è la prospettiva per il nostro Paese, la responsabilità di decidere quale direzione assumere per gestire l’immediato e governare il futuro. E tale responsabilità, non potrà essere contenuta in un maxi-emendamento, per quanto richiesto ed etero diretto dalle maggiori istituzioni politiche, monetarie e finanziarie internazionali.

Nel provvedimento che si andrà a votare, e che anche l’opposizione, probabilmente su richiesta di Napolitano, non ostacolerà, verranno varate misure importanti e dure, saranno contenute le misure di austerity per l’emergenza e la sopravvivenza.

Quello che verrà subito dopo, però, dovrà superare lo status psicologico di ‘allarme rosso’ e cominciare a progettare, occorrerà dimostrare ai mercati e al Paese di poter capovolgere, laddove necessario, punti di vista e posizioni per immaginare una stabilità e crescita futura completamente nuova per un mondo completamente nuovo. Questo si può leggere anche tra le parole della Merkel, quando afferma di non essere preoccupata per l’economia del nostro Paese, quanto per la capacità di portare a termine gli impegni (e quindi anche i programmi per il futuro).

Come sarà possibile fare tutto questo, che è necessario e non più procrastinabile, se non si andrà velocemente e responsabilmente alle urne? Come si potrà giustificare il fatto che il maggiore responsabile delle mancate risposte alla crisi, delle mancate o schizofreniche riforme italiane degli ultimi quindici anni, sia anche la persona che varerà le misure per uscirne, senza poi dichiararne in maniera chiara e inequivocabile la discontinuità e la volontà di avviare nuove stagioni di riforme concrete e strutturali?

Insomma come potrà un governo tecnico scrollarsi di dosso il cappello con le orecchie d’asino che la UE ci ha imposto e ridisegnare strutturalmente la nuova Italia, dandole visione e prospettiva di cambiamento e crescita, senza avere una responsabilità e legittimazione politica?

Un governo di responsabilità nazionale è già superato dai fatti e soprattutto dalla necessità del nostro Paese di progettare il futuro oltre l’emergenza. Se in Grecia è stato un passo dovuto, per garantire che i fondi e gli aiuti stanziati fossero gestiti in maniera non strettamente politica, in Italia lo scenario è, ancora per chissà quanto, diverso. Oltre all’acquisto dei nostri titoli dalla Bce non ci sono aiuti formali al nostro Paese: l’Europa e il mondo ci chiede, ancora per chissà quanto, di gestire il grande patrimonio economico italiano per assicurare crescita e sviluppo sostenibile nell’immediato come nel periodo di medio e lungo termine.

E non basterà un maxi-emendamento, perché non potrà contenere investimenti, perché non potrà sradicare la pratica suicida del taglio lineare (ora è inevitabile, l’irresponsabile Tremonti avrebbe potuto NON farlo da un anno a questa parte), non potrà contenere una riforma strutturale del mercato del lavoro che si assuma l’onere di andare contro i potentati e approntare la ricetta italiana alla flex security (oggi Ichino ne propone una versione ‘federalista’ molto interessante) e una prospettiva a lungo termine per le liberalizzazioni.

E tutto questo non potrà farlo un governo di unità nazionale, almeno con gli attuali attori in campo: un Udc che vuole dettare legge, un PD schiacciato sulle idee conservatrici dei suoi responsabili economici e tirato dalla giacchetta dall’illuminato e previdente Ichino, una non meglio definita area di destra (che va da Fli a qualche nuovo transfugo pidiellino, fino a Storace).

Solo le elezioni possono parlare di futuro, possono restituire all’Italia quella dignità e autorevolezza necessaria nei mercati, quell’indipendenza fondata sulla capacità di programmare e gestire il proprio destino responsabilmente che serve in Europa e nei confronti delle istituzioni internazionali, quella fiducia di sessanta milioni tra cittadine e cittadini che saranno chiamati a sacrifici e che non sono più disposti a farlo solo per tappare buchi provocati dall’irresponsabilità di altri, senza avere garanzie di una crescita futura.

 

[Ma le elezioni non sono un unguento miracoloso, andranno fatte dando segnali forti: almeno il 60% di nuove candidature (visto che non si potrà cambiare la legge elettorale), programmi chiari e coraggiosi, definizione dei campi di gioco e dei giocatori… E soprattutto, una volta al governo bisognerà avere coraggio, coerenza e meticolosità per fare le riforme, portarle avanti, non svuotarle sull’altare dell’estenuante gioco delle parti, non proteggerle sulle rendite di posizione, non immolarle al ricatto del consenso, lavorare senza pensare già alle elezioni successive…]

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