Dai moti di Stonewall ai moti di via Buonarroti [ ovvero Andrea Tornese’s version]

Quanto segue è una ricostruzione di ciò che è avvenuto durante l’assemblea del movimento LGBT romano di sabato 10 marzo. I commenti presenti nel testo sono, ovviamente, del tutto personali.

Il 28 giugno di quarantatré anni fa una donna transessuale, Sylvia Riveira, lanciò una bottiglia verso un poliziotto dopo l’ennesima retata in un bar gay di New York. Quel gesto di ribellione diede vita ai moti di Stonewall che, simbolicamente, rappresentano la nascita del movimento di liberazione omosessuale.
Sabato 10 marzo 2012, il lancio di una bottiglietta d’acqua mezza piena (o mezza vuota, dipende dai punti di vista) verso un attivista del movimento LGBT romano, Giuseppe Pecce, da parte di un altro (ex?) attivista romano, Luca Amato. Spero che questo episodio, dietro il quale non c’è ribellione ma solo violenza, dia vita ad un movimento di rivolta contro questi soggetti e contro queste pratiche; contro chi le mette in atto in prima persona e contro chi sostiene queste persone. Perché al di là dell’allontanamento fisico ci vuole una dura presa di distanza e di condanna. L’ho urlato in assemblea, lo ribadisco oggi: non basta aver portato Luca Amato in un’altra stanza, soprattutto se poi si tenta di far ripartire la discussione ascrivendolo ad un gesto isolato, da superare senza riflessione, senza autocritica. Non basta: perché c’erano precedenti e perché a quella persona era stato dato un ruolo all’interno dell’esperienza illegittima, quella del sedicente (ex?) Coordinamento Roma Pride, una carica fittizia perché fittizio era quel coordinamento, ma che dimostra la fiducia che le associazioni ed i soggetti costituenti nutrivano nei suoi confronti. Non è un caso d’altronde che Luca Amato, arrivato in ritardo all’incontro, si sia fatto largo nella sala affollatissima e si sia seduto accanto al tavolo di presidenza.

Durante la seconda riunione, quella del 24 febbraio, una ragazza, volontaria di non ricordo quale associazione (DìGayProject o Arcigay Roma), è intervenuta chiedendo, visibilmente emozionata, quale eredità gli attuali leader del movimento LGBT romano lasceranno ai futuri attivisti. Ecco, avrei voluto che i suoi dirigenti di riferimento non gli avessero permesso di ricevere in eredità episodi come quelli di ieri.

Episodi, plurale. Perché dalla violenza fisica si è passati a quella politica che colpisce le pratiche democratiche, ferisce l’impegno di decine di persone, distrugge il lavoro di tre lunghissime riunioni, annulla lo sforzo di chi nonostante tutto e nonostante la reciproca e conclamata mancanza di fiducia tra le parti a un tavolo era tornato a sedersi.
A riunione conclusasi, secondo logica, con la convocazione del prossimo incontro (giovedì 23 marzo dalle 18 nella sala Fredda della CGIL di via Buonarroti), le associazioni che componevano il Coordinamento Roma Pride (Arcigay Roma, ArciLesbica Roma, Azione Trans, DìGayProject, Gay Center, GayLib) rientrano in sala, dove eravamo rimasti in pochi, a scambiare quattro chiacchiere, commenti ed opinioni, e per bocca di Roberto Stocco, presidente Arcigay Roma, annunciano che: poiché nel convocare quella riunione quelle associazioni si erano prefissate l’obiettivo di costituire il nuovo comitato organizzatore del Roma Pride 2012, non accettavano il nulla di fatto con cui si era conclusa e – al termine di una breve riunione in un’altra stanza – avevano deciso di ricostituirsi nel Coordinamento Roma Pride.
In un goffo tentativo di mascherare le evidenti storture di un atto del genere, lo stesso Stocco ha cercato di richiamare in sala il più alto numero possibile di persone all’interno della sala, adducendo che la riunione non era ufficialmente sciolta. No comment.

Ovvie le reazioni di chi come me e come decine di altri attivisti ed altre attiviste, aveva partecipato a tutte le riunioni, impiegando tempo ed energie.
Questo blitz finale ha messo in luce, insieme al lancio della bottiglietta, più che in altre occasioni, le pratiche antidemocratiche e autoritarie che quelle realtà portano avanti: non essendo riusciti a far approvare la loro linea, più volte messa in crisi anche al loro interno, hanno fatto saltare il tavolo e cercato di assumersi la titolarità dell’organizzazione del prossimo Pride romano. Cercato: perché ovviamente non gli sarà permesso, salvo che non vogliano arrivare alla spaccatura definitiva sancita dall’organizzazione di due Pride.
Il nulla di fatto è un risultato e come tale va accettato: nulla di fatto significa che non si è riusciti a trovare un accordo, nulla di fatto è quindi un dato politico.
Di fronte all’impossibilità di trovare un accordo su come strutturare l’organizzazione del prossimo pride romano, quali organi decisionali creare e quali poteri affidargli, si era convenuto di rivedersi a breve.
Nel 2010 quelle associazioni erano legittimate ad organizzare il Pride di quell’anno (ma non a creare un comitato permanente con il quale intitolarsi ed appropriarsi definitivamente del Roma Pride) perché una parte del movimento romano si era defilata. Quest’anno, al contrario, nessuno si ha lasciato il tavolo; anzi, tutti, con l’ampia partecipazione al secondo e terzo incontro, hanno dimostrato e confermato la volontà di portare avanti un percorso unitario verso il Roma Pride 2012.
Ampia partecipazione che Guido Allegrezza ha definito truppe cammellate. Facile fargli notare che i pochi applausi che ci sono stati durante l’assemblea sono stati solo dopo i suoi interventi e le mani che battevano erano sempre le stesse. Direi, Truppe cammellatte vs Claque.
E poi non è sempre stato auspicio di tutti allargare la partecipazione?

Di fronte ad un blitz come quello di sabato sera, quelle associazioni non hanno più alcuna credibilità politica per proporsi come organizzatori di un Pride.
Come si sarà sentita quella stessa ragazza che si chiedeva quale eredità riceverà dagli attuali dirigenti? L’ho sentita difendere o comunque non condannare, al contrario di altri presenti e altri soci di quelle associazioni, quel blitz. Ed è tutto dire.

A svuotare di significato politico il nulla di fatto delle tre riunioni è stato quel blitz finale.
La conditio sine qua non che le associazioni non aderenti al Coordinamento Roma Pride avevano posto affinché si potesse costruire un percorso unitario verso il Roma Pride 2012 era proprio quella dello scioglimento di quel Coordinamento, perché considerato da tutti illegittimo. Si era arrivati alla discussione di proposte sulla strutturazione del comitato organizzatore solo dopo la conferma dello scioglimento. Ricostituendo quell’organismo hanno di fatto buttato all’aria tutte le ore di discussione e interrotto il dialogo.
Alla faccia della retorica unitaria e democratica con cui si erano riempiti la bocca durante le precedenti riunioni.

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