Non possumus [ovvero degenerazione di parte del movimento lgbtqi romano]

è lungo, ma forse a qualcuno piacerà.

Riflessioni personalissime sullo stato dell’arte dopo l’ultima riunione del movimento LGBTQI romano per parlare del Roma Pride 2012 ( mi si perdoni il plurale maiestatis, ma per amor di citazione.. Intitolarlo ‘tanto tuonò che piovve, mi sembrava dare troppo adito ai miei sospetti e alla mia dietrologia; ‘Tanto va la gatta al lardo’… beh non mi sembrava carino e basta…)

Possiamo anche passare sopra al fatto che due anni fa qualcuno ha voluto mischiare le carte, escludere alcune realtà e realizzare un Pride romano politicamente vuoto, formalmente comodo per un’amministrazione ostile e numericamente imbarazzante.
Possiamo anche dire che l’anno scorso nessuna associazione del Coordinamento Roma Pride ha volto muovere mezzo dito per l’Europride per poi rilasciare interviste e applaudire la signora Germanotta (nonchè inviare una imbarazzante lettera all’Epoa (organismo che assegna il marchio Europride) accolta da una sonora risata).
Si può passare sopra al fatto si sia cercata l’unità di facciata in tutti i modi perchè non si possa fare altrimenti. Quello di quest’anno è l’ultimo Pride prima delle elezioni politiche e delle amministrative a Roma, essere nell’organizzazione pone una importante ipoteca per chi fa dell’associazionismo e delle questioni lgbtqi il volano per carriere e potere politico.

Non possiamo, però, accettare che l’impegno e la buona fede di decine di persone che si sono recati in un’assemblea pubblica, cercando di superare le proprie diffidenze e differenza, sia gettato alle ortiche da una persona violenta e da blitz dal profumo fascista messi in atto, come nella migliore tradizione, all’ultimo, alla presenza di pochi e con decisioni comunicate e non discusse.
Con ordine: il Coordinamento Roma Pride 2012, unilateralmente e arrogantemente nato nel 2010, ha, a questo punto possiamo dire con una mossa di facciata, accettato di sciogliersi come conditio sine qua non per riavviare un dialogo costruttivo, un discorso comunitario e un ragionamento condiviso che partisse dal Roma Pride 2012, fino ad arrivare, magari, alla costituzione di un soggetto unitario anche nella capitale, sull’esempio del Torino Pride.
Ma come giustamente ha qualcuno ricordato durante la riunione, il diavolo sta nei dettagli.
E dunque, quali erano le proposte in campo?
La prima, espressa da Guido Allegrezza, che come ha più volte ricordato sulla rete in questi giorni, ha parlato in rappresentanza di se stesso, libero da lacci e lacciuoli di ruoli vari (pensa, io le chiamo ancora responsabilità), che ha più volte espresso la volontà di guardare al futuro e superare il passato, salvo poi rinominarlo e considerarlo ogni due o tre passaggi nei suoi interventi: Costituire un comitato, legalmente riconosciuto (qualcuno qua c’ha il fratello notaio o forti sconti sugli atti notarili?) di poche realtà che possano coprire economicamente i costi del Pride, che avesse in mano il boccino delle decisioni tecniche e che si sarebbero rapportate con una non meglio deifnita assemblea politica che invece avrebbe potuto comprendere tutte le realtà associative. Tre osservazioni, una palesata dallo stesso proponente:
– Le tre realtà proposte sono DGP, ARCIGAY Roma, Mario Mieli ( nota positiva di ieri è che pubblicamente si è arrivati a dire che nessuno si fida di nessuno! Viva la faccia!). Come e su cosa avrebbero dovuto coordinarsi ancora non mi è chiaro.
– La metodologia ricorda quella del Pride 2010: le associazioni che finanziano decidono tutto, agli altri lasciamo il giochetto del documento politico e bla bla bla. Risultato, per cui personalmente ho abbandonato quell’esperienza, è stato che DGP e ARCIGAY Roma hanno creato un Pride sottotono, con un percorso isolato e invisibile alla città e quindi comodo per l’amministrazione Alemanno, nessuna delle indicazioni date dai gruppi di lavoro creati, mi sembra, sia stata considerata o realizzata.
– La proposta benché superata quasi subito dal dibattito, è stata più volte reiterata, tale e quale, nel pomeriggio. Insomma quella era e quella doveva passare.

Vero è che le altre due fossero certamente meno strutturate perché nate, realmente, dal dibattito e dal confronto sul posto, ma era o no quello lo scopo della riunione?
Una prevede la creazione di un’assemblea allargata e permanente che discuta e decida insieme la conduzione e realizzazione del Pride.
L’altra prevede che oltre alle ‘grandi’ realtà, compongano il comitato tecnico anche altre realtà, portando in dote o la loro ‘forza’ di coinvolgimento e di lavoro sul territorio con i volontari, oppure una piccolissima quota di ingresso, anche solo mille euro. Questa soluzione che potrebbe sembrare più democratica e allargare la capacità decisionale anche a realtà piccole o non costituite stabilmente, crea un problema reale ex post, ovvero, se tutti mettono mille euro per costituire questo comitato e le cifre di un pride in tempo di crisi, a Roma, si aggirano sui 50-60 mila, a consuntivo, chi copre la cifra restante?
E mentre l’assemblea si stava muovendo verso una delle ultime due soluzioni, superando nettamente la prima proposta (quella di uno dei componenti dell’ex coordinamento roma pride 2012) avvengono due fatti, uno che turba e l’altro che pregiudica, smascherando certi comportamenti, l’assemblea e il percorso intrapreso con tanta difficoltà.
Essendo uscito un secondo e trovandomi sulla soglia della piccola e affollatissima sala concessa dalla CGIL, posso solo raccontare quello che ho solo in parte ho sentito e visto: Lucky Amato ha iniziato il suo intervento dicendo ad alcuni rappresentanti e a una parte dell’assemblea che con loro non poteva proprio lavorarci, sottolineando con arroganza quanto lui e loro fossero diversi. A queste eleganti premesse di collaborazione, segue un gesto violento (non per la sua concretezza): Lucky scaglia contro uno dei partecipanti una bottiglietta di acqua semi vuota, con corollario di ingiurie e minacce. Questo ovviamente turba tutto il clima, inficia con arroganza, presunzione e violenza, ribadisco, il lavoro di decine di persone che da tutto il pomeriggio stavano cercando di trovare una quadra e una soluzione per avviare un percorso comune. La mancanza di dialettica e di interesse democratico, l’incapacità al dialogo e alla costruzione condivisa sono sfociati in un gesto che ha palesato e chiarito i metodi di lavoro di certe persone e di quei gruppi associativi e politici che quelle persone legittimano e accolgono a certi tavoli.
Le scene concitate che seguono e l’indignazione della maggior parte dei partecipanti nonché la volontà di abbandonare i lavori, però, non sono le ultime scene di una degradante riunione del movimento.
La degenerazione arriva pochi minuti dopo che i componenti dell’ex Comitato Roma Pride 2012, constata l’impossibilità alla prosecuzione dell’assemblea, hanno chiesto ai referenti CGIL la possibilità di una nuova data per aggiornare l’assemblea e Fabrizio Marrazzo ha comunicato nuova data, orario e luogo, decretando, quindi, a ragion di logica, la chiusura dei lavori.

È stato a quel punto che il gruppo dell’ex CRP2012, in un blitz finale, dopo aver rilevato l’impossibilità di imporre la propria linea (ricordate le proposte?) e vedendo che l’assemblea si avviava davvero verso un percorso condiviso e collegiale, che non avrebbe assicurato il controllo sulle decisioni a nessuno in particolare, ma tutti in maniera diffusa, ha ritenuto di comunicare, a una sala semi vuota, la ricostituzione del COORDINAMENTO ROMA PRIDE 2012 (e credo anche il forum di cui era responsabile il lanciatore di bottiglie), assumendosi la responsabilità politica di far saltare il tavolo e l’assemblea, che, ricordo, era nata azzerando i percorsi precedenti e dopo lo scioglimento formale del suddetto coordinamento.
Credo che le mie riflessioni siano, inevitabilmente, contenute nella cronaca degli eventi. Ogni racconto è parziale ed esprime un punto di vista, ma stavolta non ho nemmeno tentato di essere moderato come mio solito.
Emergono chiaramente da questi episodi, oltre i metodi e le idee diverse di democrazia e partecipazione che esistono nel movimento LGBTQI romano, le responsabilità di chi pregiudica un percorso (dopo aver ipocritamente cercato una congiuntura di facciata) e chi ha dato agibilità politica all’espressione di certi soggetti ormai divenuti difficilmente qualificabili.

Cosa succederà a Roma? Pur amando l’unità e la condivisione, credo che ad oggi una rottura sia inevitabile, oggi che sono più chiare ed evidenti, e meno sotterranee, le motivazioni. Due Pride? Esempio disarmante e umiliante, ma forse, così, si capirebbe chi appoggia chi, chi si fa rappresentare da chi, chi appoggia un Pride nato dalla prevaricazione e chi segue quello della partecipazione.

Noi non possiamo condividere percorsi, prima che con certa gente, con certi metodi.

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