Toga-Pride [ovvero al posto delle paillettes la divisa dei giudici]

E se andassimo tutti in toga? Di tutti i colori, di tutte le forge, di tutte le possibili varietà, così come le nostre vite, le nostre storie e le vite e le storie di chiunque altro.

Un toga-pride, dopo l’ennesima notizia di una sentenza a favore di una coppia gay. Non perché siamo tutti orgogliosi di essere magistrati, ma perché siamo orgogliosi, con tutti i problemi legati alla giustizia e al suo funzionamento, nel nostro Paese, del lavoro della magistratura. A una politica che definire timida è un eufemismo, di fronte alla ricerca spasmodica di mirabolanti compromessi al ribasso pur di non usare il metro dell’uguaglianza totale, risponde una magistratura attiva, attenta e precisa che difende realmente i diritti dei cittadini. Senza rivoluzioni, forzature o colpi di mano, ma applicando nello spirito e nella prassi contemporanea le leggi e la Costituzione.

E allora un messaggio diretto: un toga-pride. Anche come riconoscimento, per quanto fatto e per quanto probabilmente ancora i giudici dovranno fare per le persone lgbt. Se si arrivasse a un inciucio legislativo che non ammetta il pieno riconoscimento di diritti e doveri delle coppie, ma solo una qualsiasi forma di riconoscimento o contratto, le recenti sentenze ce lo hanno già detto, potranno essere impugnate e la soluzione sarà sempre più probabilmente a favore dei ricorrente. E allora ancora sarà la giurisprudenza a riconoscere ciò che le istituzioni continuano a negare.

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