PORTA PORTESE [ ovvero lanciamo un nuovo modo di pensare Roma]

Ci sono luoghi, a Roma e credo in moltissime altre città italiane, in cui l’immaginario poetico e storico non coincide ormai da diversi anni con il vissuto contemporaneo e, molto spesso, questo scollamento ha provocato una sorta di distacco e diffidenza da chi quei luoghi li anima e li vive, che hanno subito il cambiamento, forse inermi, forse inascoltati. Dall’altra parte ha provocato una disaffezione e un disinteresse anche di chi quella zona non la vive, di chi semplicemente non riconosce quello che gli è stato ‘raccontato’ di quei luoghi e quindi non li frequenta più.

Porta Portese è uno di questi: non è più il mercato delle pulci dei romani, non è più l’oasi dei rigattieri che si contendevano spazio e clienti con gli antiquari, non è più il luogo del contrabbando di prodotti russi o americani. Forse non è mai stato il mercatino delle pulci in stile inglese o francese, dove accanto agli indumenti o oggetti usati, si trovano ancora espressioni del genio locale, manufatti più o meno complessi, più o meno caserecci.

E adesso che sono stati stanziati diversi milioni di euro, in un periodo così duro, leggendo qua e la qualche dichiarazione sento ancora una volta forte il rischio di una occasione persa.

E l’occasione si perderà certamente prima di tutto se la riqualificazione sarà solo una nuova ‘squadratura’ e organizzazione degli spazi, occupandosi delle strutture senza considerare la ‘riorganizzazione’ di chi quelli spazi vivrà e animerà.

Abbiamo l’occasione di partecipare alla riqualificazione e di immaginare di nuovo insieme un luogo che già è parte del nostro immaginario condiviso, romani o meno che siamo. Abbiamo l’occasione di avviare una nuova fase per la progettazione urbanistica nella nostra città, condividendo prima la narrazione e poi la gestione degli spazi. Apriamo sul serio alla progettazione condivisa con le comunità, ascoltando le loro esigenze e integrandole e responsabilizzandole rispetto alle esigenze di una grande città, capitale mondiale.

Un’occasione da non sprecare (chissà, magari può essere un banco di prova anche per il Centrosinistra che guida Il municipio XVI a cui Porta Portese fa capo, per raccontarci come potrebbe essere il nuovo corso e le nuove modalità di Roma 2013), con molte insidie, due in particolari.

Si può rischiare in questi casi di concentrarsi solo, come già accennato, sulle strutture, sulla burocrazia e sui numeri: del numero degli stand e banchi, sulla divisione tra settori merceologici, sulla divisione basata sui metri quadri e non sui ‘metri-civiltà’.

In questo caso certamente la ristrutturazione porterebbe spazi più moderni e sicuri, puliti e accessibili, ma Porta Portese cesserebbe di esistere. Si avrebbe un moderno mercato della domenica, dove trovare jeans e scarpe ‘d’imitazione’ senza nessuna particolarità, se non quella di un prezzo basso, spesso a scapito della qualità. Così, la presenza di operatori di tantissimi origini e nazionalità, bangladeshiani, cinesi, indiani, moldavi, sarebbe solo l’effetto di una ricerca di manovalanza non qualificata e a bassissimo costo.

Un’occasione è un’opportunità: per coglierla perché non osare? Perché non immaginare che le licenze siano azzerate e rimesse tutte in bando, redigendo dei criteri di civiltà e vivibilità; provando a sostituire ai banchi di vestiti semplicemente senza marca, ma dozzinali e anonimi, banchi di abiti usati, magari creare una rotazione tra chi produce abiti, accessori e altro in maniera artigianale, o proponendo elementi caratteristici e rivisti delle proprie terre d’origine, oppure ancora chi lavora materiali riciclati.

Proviamo a far tornare Porta Portese il regno degli antiquari o dei rigattieri da cui trovare la rarità e magari acquistandola dopo una trattativa lunga attorno ad un caffè. Proviamo a creare uno spazio realmente condiviso, che sia della città, che sia degli abitanti e dei turisti, che ai primi e ai secondi dia la possibilità non solo di vivere la narrazione di Roma, ma di costruirla. Proviamo a ridare spazio a un’economia locale, dall’artistico al biologico, da quella della moda a quella delle ‘pulci’ vere e proprie.

Questa non è nostalgia, è cercare di portare quello che è successo nella nostra città, l’integrazione e la divisione, la crescita creativa e la fusione di culture e visi.

Qui un servizio che racconta un po’ la situazione attuale

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