L’italia ‘incosciente’ [ovvero tra scelta e responsabilità]

La Corte europea, ancora una volta, spinge l’Italia verso la contemporaneità: una coppia fertile, ma portatrice di una malattia come la fibrosi cistica potrà accedere alla diagnosi pre-impianto. La spinge, purtroppo, perché l’Italia è impreparata, non pronta, non sufficientemente consapevole. La deve spingere perché non solo non possono essere discriminazioni e differenze tra le cittadini e i cittadini dei diversi stati, questo è solo il dispositivo giuridico-legislativo, che diventerà sempre più importante e imponente con l’evoluzione politica dell’Unione.

L’Italia deve essere spinta per costruire una diffusa conoscenza e coscienza proprio sulle questioni riguardanti la qualità e la dignità della vita, singola e collettiva o comunitaria (un passo potrebbe essere quello di finire di chiamarle questioni etiche).
L’Italia deve essere spinta perché porta con sé ancora ancestrali divisioni, tabù e pratiche oscurantiste che non solo, semplicemente, cozzano con l’evoluzione del mondo (ormai da una 30ina di anni), ma perché spingono verso una rassegnazione della ragione e a una rinuncia della propria dignità individuale non più proponibile, e praticabile, respingendo invece qualsiasi processo di autocoscienza, autodeterminazione e responsabilità di ciascuna e ciascuno.

E’ facile imporre o delegare, per parti diverse, una scelta: si lascia ad altro il compito di approfondire, di misurarsi con le proprie convinzioni, di indagare i propri desideri, i propri limiti e le proprie paure. Il procedere o meno verso certe pratiche non è demandato alla coscienza e alla valutazione della persona, bensì a una norma eterodiretta.
Credo che invece, ciascuna e ciascuno di noi debba approfondire e scegliere consapevolmente sulla qualità della propria esistenza e che, anzi, uno stato laico che ha come missione la difesa e promozione della dignità singola e collettiva debba fornire i mezzi migliori per poter praticare tali scelte.

Questo non significa, come maldestramente vorrebbero far credere i detrattori della libertà di scelta, di lasciare il cosiddetto ‘far-west’ su alcuni temi, ma, ancora una volta, scegliere di tutelare al massimo le convinzioni e le possibilità di ognuno.

Nel caso specifico, ad esempio,credo la richiesta di diagnosi pre-impianto non sia certo una scelta verso l’eugenetica, ma più consapevolmente, sia il desiderio legittimo di un figlio che possa vivere meglio, senza alcune difficoltà e dolori, già all’inizio della propria vita. Insomma è umano immaginare che i nostri figli non debbano soffrire. Questo non significa che si cerchi la ‘normalità’, che quei genitori amino meno il figlio, già nato, affetto dalla stessa malattia, non significa minimamente voler scaricare difficoltà o impegni, attuali o futuri.

È un desiderio legittimo di amore, una piena presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità: un genitore che responsabilmente vuole sapere cosa aspetta a suo figlio, come potrebbe essere la sua vita anche indipendentemente dal proprio amore e dalle proprie cure.
E nel caso in cui quella gravidanza sia portata a termine, allora, non avrà solo vinto la vita, ma anche la sua qualità.

Per fede o principi personali , anzi, la decisione di portare avanti quella gravidanza e donare quella vita può portare ancora più amore, impegno, dedizioni, elementi necessari e conseguenti alla maggiore consapevolezza.

E quella bambina o quel bambino avrebbero più lieve qualsiasi difficoltà, amati come sarebbero da una famiglia che li ha voluti con così tanta forza.

Dunque, non è solo individualismo, non è solo difesa della laicità, o del laicismo, non è solo rimozione delle discriminazioni che andrebbero lette in questa sentenza. Per accoglierla occorrerebbe pensare anche alla disponibilità di ciascuna e ciascuno di vivere, e donare una vita, dignitosa e rispettabile.

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