L’omofobia uccide [ovvero stavolta questa rabbia ha dei nomi]

Era novembre. Diversi anni fa. Mia cugina quindicenne ha un tragico incidente, rimarrà con gravi danni cerebrali, da poco ci ha lasciato. Ricordo benissimo quella sera, quella notte. Ricordo nitidamente quella rabbia. Ricordo che come sempre la gridai sul blog. Era una rabbia senza nome. Solo il destino aveva colpa. Ricordo bene le parole di quel post, che ora non ritrovo, le ho segnate in testa: <A quindicianni devi pensare a marinare la scuola e non farti scoprire. A quindicianni devi sentire le guance rosse perchè cominci a sentire quella straordinaria sensazione che è l’amore, devi provare l’imbarazzo per la scoperta della tua sessualità, devi cominciare a scoprirti e viverti come sei e sarai, probabilmente>.

E un pugno nello stomaco, un senso di impotenza per giorni. Stamattina mi sveglio e un sms mi avverte che a Roma, un quindicenne si è tolto la vita. Una delle possibili cause potrebbe essere l’odio omofobico, l’odio per la differenza verso chi, scoprendo se stesso, percorre strade diverse, personali, non ‘riconosciute’. Stessa sensazione. Stesso pugno nello stomaco. Prima della politica, il dispiacere intimo.

Poi però comincio a vedere le differenze. Questa rabbia ha dei nomi. Ha i nomi di tutti quanti continuano, in questo Paese a fomentare le discriminazioni verso qualsiasi diversità. Ha il nome di Casini che accomuna l’omosessualità alla zoofilia, ha il nome di Berlusconi che propugna un’idea aberrante di machismo e un’idea di sfruttamento della donna che fa venire il voltastomaco. Ma potrei citarne, purtroppo tantissimi, quasi bipartisan.  Ha il nome di quei presidi e professori che non si accorgono, o fanno finta di non accorgersi della specificità di alcune alunne o alcuni alunni, perchè non si vogliono assumere la responsabilità di affrontare il ‘problema’. Ha il nome di chi cavalca l’onda e poi si ripulisce la coscienza sciorinando dati e soluzioni di facciata (‘sorvegliamo i ghetti’). Ha il nome di chi redige la classifica degli amori, quelli di serie A, magari benedetti da una religione, tra uomo e donna, per la procreazione. Quelli un po’ minori, dove procreazione non c’è. E quelli che vanno mantenuti come ‘cosa privata’, faccenda che riguarda le lenzuola. Senza capire che riguarda la vita, prima ancora che il sentimento. Figuriamoci la sola sessualità (e comunque, anche se fosse!).

Il solito maledetto novembre, stavolta però quella rabbia ha un nome, nessuno si senta escluso. Ha il nome di chi rilega la politica a mera amministrazione e non le fa guardare il futuro, non la fa più guardare alla vita dei suoi cittadini. Quelli più indifesi. Quelli indifesi perchè in formazione, disorientati perchè all’inizio, magari, della consapevolezza. Questi cittadini, in quell’età folle e affascinante, meravigliosa e così dubbiosa, sono lasciati soli.
Da una cultura maschilista, da una tradizione medievale, da un mancato confronto e adeguamento della nostra cultura con la realtà.

La legge contro l’omo-trans fobia martedì notte non avrebbe salvato quel ragazzo. Lo avrebbe salvato però una cultura del rispetto e dell’integrazione, vera. Che passa per il riconoscimento dei diritti. Diritti di essere e d’amare.

Sono ancora scosso per il parallelismo con una vicenda personale e forse poco chiaro. Ma questa volta quella rabbia ha un nome. Questa volta so che continuerò a combattere contro quei nomi e quella cultura dell’indifferenza e della condanna che uccide. Sì signore e signori. L’omofobia uccide anche senza calci o armi.

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