A Roma non si deve solamente vincere [ovvero e se fermassimo tutto e pensassimo a una vera riforma?]

strada de Roma

La rocambolesca fine della giunta Marino e la decisione di prossime, imminenti, elezioni anche nella Capitale, ha aperto da settimane la campagna elettorale. Tra candidature ufficializzate come quelle di Fassina e Buttiglione, quelle già vecchie perché stra-note come Marchini, fino alle possibilità Giachetti, l’incognita Marino (Ignazio, o chi per lui), Meloni, Storace oltre che la suspance per il vincitore del concorso dei 5 stelle, a Roma, come sempre, si parla di nomi e sembra si sia derubricato ad argomento “benaltrista” un nodo cruciale per la sopravvivenza della nostra città.

Anche le esternazioni del guru pentastellato, Casaleggio, che parla della conquista di Roma come trampolino di lancio per quella del Governo, sembrano continuare a guardare il dito al posto della luna.

Non sono un esperto di diritto amministrativo, però avendo avuto a che fare con la PA capitolina, è chiaro che la nostra città abbia un gran bisogno di una riforma strutturale, di un passaggio epocale, ponderato, ma non lento, riguardo la sua governance.

A differenza di quel che pensa Casaleggio, non basta vincere a Roma per poterla governare. Si sottovaluta quello che, proprio per loro auto-proclamati prossimi re di Roma, potrebbe divenire un boomerang di dimensioni colossali.

Non basteranno un programma rivoluzionario, una classe politica nuova o nuovissima (anzi, forse… proprio quello può essere un limite), una idea di città inedita e moderna (che però, mi si perdoni, a pochi mesi dal voto non mi sembra vada oltre il solito #tuttiacasa) per governare la Capitale d’italia. Perché nulla potrà cambiare per Roma e per i romani, se la città non acquisirà un’autonomia tipica di ogni Capitale occidentale (da Parigi a Madrid, da Berlino a Londra, per rimanere solo in Europa). Nulla potrà succedere se non si arriverà a una sburocratizzazione di alcuni processi legati troppo al centro e alla discrezionalità delle persone, ad una efficienza della “macchina” che preveda anche norme speciali per la gestione delle proprie risorse umane. Nessun cambiamento reale riguarderà la vita dei singoli cittadini se continuerà ad esserci un decentramento monco, che non riesce a dare responsabilità e strumenti efficaci ai Municipi e annienta la loro capacità programmatica.

E questo tipo di riforma non deve essere più vissuta come una nuova “questione romana”, bensì come un impegno e una preoccupazione nazionale. Non potranno essere più, solamente, i parlamentari romani, del PD come è successo negli ultimi anni o di alcune parti della destra a porsi il problema di assicurare la governabilità a una città di 2,8 mln di residenti e quasi il doppio di “fruitori” a vario titolo.

A destra, semplicemente, non se ne parla. D’altronde il pasticciaccio della “non-legge” su Roma Capitale di cui oggi si conta, come eredità alla città, solo qualche parchetto, qualche fontanella e quintali di inutile carta stampata, e che nulla ha affrontato, figuriamoci se risolto, dei nodi strutturali della città, è targato Berlusconi-Alemanno. Inoltre mi sembra che la lotta per la sopravvivenza sia già abbastanza complicata e faticosa senza dover chiedere a uno schieramento che in città è brillato solo per malgoverno, di elaborare anche proposte e ricette reali.

A sinistra, come sempre, si affollano le idee. Dalla “non riforma” delle aree metropolitane, buona intuizione, ma ancora inattuata e debole se non inefficace per la Capitale, si è passati a una serie di proposte, se ne occupano da sempre Walter Tocci, Marco Causi e Roberto Morassut, con diverse sfumatore, profondi conoscitori della città e della sua macchina amministrativa e ultimo in ordine di proposta anche l’on. Angelo Rughetti. Tutte inquadrano la necessità di riconoscere un ruolo autonomo alla Capitale d’Italia e permetterle, attraverso una legge costituzionale o una legge ordinaria, di poter agire come una Regione o come un distretto.

Tutto questo attivismo nasce dalla consapevolezza, costruita negli oltre 20 anni di governo, ma soprattutto negli ultimi 2 anni e mezzo, della inadeguatezza di poteri, strumenti, persone e fondi affinché la città più importante del nostro Paese non collassi sotto il peso dell’essere Capitale.

Il paradosso da risolvere al più presto, quindi, per il bene della città e dei cittadini in primis, è quello di dover prima immaginare concretamente un modo di governare la città e, poi, una proposta programmatica per “vincerla” in modo che sia, come dice il Guru 5 stelle, trampolino per la conquista del Paese.

Siamo pronti tutti ad ammettere di aver perso almeno 10 anni senza riuscire a riformare nulla e mettersi attorno a un tavolo per disegnare regole e campo da gioco che vadano bene per la gestione della città e per chiunque e qualunque forza politica si troverà a doverlo fare?

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